Tiziana Cantone: gli sciacalli del web non si fermano

Cominciano ad emergere nuovi elementi sull’inquietante giallo telematico che avvolge la vicenda di Tiziana Cantone, 31enne napoletana che si è tolta la vita martedì scorso dopo essere diventata una diva del sesso contro la sua volontà.

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La Procura di Napoli sta intraprendendo un percorso a ritroso per ricostruire la tragica storia di Tiziana, fino ad arrivare a quel tragico aprile del 2015. E’ da allora che inizia tutto. La 31enne invia a quattro amici alcuni filmati hard in cui faceva sesso con più uomini. Dopo pochi giorni quei video finiscono nell’indelebile vortice del web, rimbalzando tra siti porno e forum e dando vita ad un tam tam mediatico di scherno e umiliazione. È soltanto quando vede se stessa online che Tiziana si rende conto di essere entrata in un giro pericoloso e più grande di lei.

Nel luglio del 2015 querela per diffamazione i quattro destinatari dei video, responsabili della diffusione pubblica (ora sono indagati per istigazione al suicidio), e chiede per la prima la rimozione dei filmini da siti e motori di ricerca. «In un momento di temporanea instabilità psicologica, depressione e fragilità ho iniziato una corrispondenza virtuale – si legge nell’atto giudiziario – Si trattava di un gioco virtuale a scopo sessuale».

Tiziana è morta per divertimento: sia il suo, quello di chi incoscientemente mette nelle mani di altri la propria intimità, sia quello dello spietato pubblico virtuale, che l’ha lentamente uccisa debilitandola completamente. Da quell’estate la 31enne si allontana progressivamente dalla vita reale: prima non esce più, poi abbandona la sua città, cambia lavoro, medita di cambiare cognome. Nell’ottobre del 2015, poi, viene nuovamente ascoltata dagli inquirenti integrando l’esposto con ulteriori elementi: riferisce che i video furono girati «volontariamente e in piena coscienza».

Nel corso dei mesi il tormento e la voglia di essere dimenticata la divorano dentro, ma prosegue nella sua battaglia legale per ottenere giustizia e far rimuovere tutti i contenuti pubblicati su internet che la vedono protagonista. Lo scorso giugno c’è una prima udienza, che prosegue l’8 luglio.

La sentenza, scritta il 10 agosto, è ufficialmente del 5 settembre: il tribunale di Napoli Nord le dà ragione, contestando a cinque social o siti informativi di non aver rimosso il contenuto al momento opportuno. Ma la prima beffa arriva quando Tiziana scopre di dover pagare 20mila euro di spese legali: alcuni dei social network, infatti, non contenevano i video, ma soltanto i titoli «acchiappa click». Dopo pochi giorni, la drammatica decisione di impiccarsi con un foulard in uno scantinato di famiglia.

Aveva smesso di lottare per la sua libertà? Non poteva sopportare l’umiliazione di dover pagare nonostante fosse una vittima? Forse non sapremo mai i reali motivi che hanno spinto la giovane napoletana al suicidio. Una cosa è certa: come già dichiarato dal garante della privacy Antonello Soro, risulta ormai necessario riflettere e agire concretamente per contrastare il potere degradante del mare magnum del web. Ne è una prova il fatto che gli sciacalli digitali non si siano fermati nemmeno dopo la morte di Tiziana: ieri, infatti, dopo la rimozione dei contenuti lesivi, su alcuni forum sono ricomparsi come funghi velenosi alcuni link per scaricare quegli stessi maledetti video.

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