Come cambiano i contratti a termine con il decreto dignità

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Forse Di Maio esagerava nel dire che “con il decreto dignità arriva la Waterloo del precariato”, ma è indubbio che il primo provvedimento del governo giallo-verde in materia di lavoro vada in direzione di una maggiore tutela dei lavoratori sotto il profilo contrattuale.

Ovviamente c’è l’altra faccia della medaglia: secondo le stime dell’Inps, con la stretta sui contratti a termine a partire dal 2019 circa 8mila lavoratori rischiano di rimanere senza una occupazione e di dover quindi far la domanda di Naspi. Ma com’è noto si tratta di stime contestate dal governo, che sul punto qualche giorno fa ha ingaggiato una serrata battaglia contro il presidente Boeri chiedendone addirittura le dimissioni. Ma torniamo al decreto dignità per vedere in che modo le misure approvate dall’esecutivo incideranno sui contratti a termine.

Cosa prevede il decreto

Nel d.l. entrato in vigore il 14 luglio (lunedì è atteso il voto in aula) si fa riferimento alla necessità “urgente” di introdurre “disposizioni  per  contrastare  fenomeni  di crescente precarizzazione in ambito lavorativo,  mediante  interventi sulle tipologie contrattuali e sui processi  di  delocalizzazione,  a salvaguardia dei livelli occupazionali  ed  operando  semplificazioni fiscali per professionisti e imprese”.

Nello specifico, il decreto prevede che un contratto di lavoro subordinato a tempo determinato, non possa avere durata superiore ai dodici  mesi.  Ci sono però delle eccezioni:

“Il  contratto – si legge nel decreto – può avere una durata superiore, ma comunque non eccedente i  ventiquattro mesi, solo in presenza di almeno una delle seguenti condizioni:

 a)  esigenze  temporanee  e   oggettive,   estranee   all’ordinaria attività, ovvero esigenze sostitutive di altri lavoratori;

 b) esigenze connesse a incrementi temporanei, significativi  e  non programmabili, dell’attività ordinaria”.

Rinnovare un contratto a termine costerà di più

Il decreto prevede inoltre che “in occasione di ciascun rinnovo del contratto a tempo determinato, anche in somministrazione” il contributo addizionale a carico del datore di lavoro venga aumentato dello 0,5%, un aggravio che si aggiunge all’1,4 % già introdotto dalla legge Fornero. Un modo per  convincere i datori di lavoro ad assumere a tempo indeterminato.

Il contributo è destinato a finanziare la Nuova prestazione di Assicurazione Sociale per l’Impiego (NASpI), ossia l’indennità mensile di disoccupazione che ha la funzione di fornire una tutela di sostegno al reddito ai lavoratori con rapporto di lavoro subordinato che abbiano perduto involontariamente la propria occupazione.

Le nuove regole per i contratti a termine, previsti dal decreto legge dignità, non si applicano per le proroghe ed i rinnovi fatti nel periodo successivo al via libera del provvedimento da parte del parlamento, e fino al 31 ottobre 2018.

Le quote dei contratti a termine

Inoltre, con un emendamento approvato in Commissione Lavoro, sono stati fissati nuovi paletti nel rapporto tra la quota degli assunti con contratti a termine che ”non può eccedere complessivamente il 30 per cento del numero dei lavoratori a tempo indeterminato” (il tetto prima era più basso). I 5 Stelle però spiegano che ciò non porterà ad un aumento del precariato, perché “prima del decreto su 100 lavoratori l’impresa poteva assumerne 20 con contratti a termine, ma quanti ne voleva con contratti in somministrazione. Era un vincolo di fatto facilmente aggirabile per abusare del precariato. Non c’erano limiti al cosiddetto lavoro interinale”.

“Noi – spiegano i 5 Stelle – manteniamo il limite dei 20 contratti a termine e interveniamo con un emendamento di maggioranza per limitare anche il numero dei contratti in somministrazione”.

Cosa cambia in poche parole

In sostanza la durata dei contratti a termine viene ridotta da 36 a 24 mesi, la possibilità di prorogarli diminuisce da 5 a 4 e vengono reintrodotte le causali per giustificare il ricorso ad un contratto a tempo determinato piuttosto che ad uno a tempo indeterminato. Inoltre rinnovare un contratto e tempo determinato costerà di più al datore di lavoro. Di Maio ha inoltre annunciato di voler stanziare un fondo da 300 milioni di euro, per premiare quegli imprenditori che assumo a tempo indeterminato. Ma per ora si tratta appunto di un annuncio.

La reazione dei sindacati

All’indomani della presentazione del decreto la Cgil aveva detto che l’intervento sui contratti a termine “è positivo. Risulta condivisibile anche la riduzione del limite massimo che passa dai 36 mesi ai 24, così come il numero delle proroghe possibili da 5 a 4”. Oggi la Camusso ha però corretto il tiro spiegando che “la parola dignità è molto importante, bisognerebbe usarla con la giusta misura. La mia sensazione è che ormai il decreto non sia all’altezza di questo nome”.

Tiepida anche la reazione di Carmelo Barbagallo, segretario generale della Uil: “Avremmo preferito un po’ più di determinazione nella pur positiva stretta sui contratti a termine e soprattutto non avremmo voluto che si riallargassero le maglie per i voucher”.

I dubbi sui costi del rinnovo

Le perplessità della Cgil riguardano, tra le altre cose, il costo maggiorato dei rinnovi. “L’introduzione dell’aggravio del costo contributivo per ogni rinnovo è in termini di principio condivisibile” ha dichiarato di recente il sindacato. Tuttavia, “appare evidente come tale aggravio, cioè l’aumento dello 0,5% del contributo Naspi della legge 92/12, rischi di essere ragione per la quale le imprese possano decidere di non rinnovare alla scadenza dei 12 mesi, procedendo ad alimentare il turn over attraverso plurimi contratti a tempo determinato di 12 mesi”,

Le critiche del mondo delle imprese

Uno dei punti più contestati dagli imprenditori è la reintroduzione delle causali che secondo Confindustria rischia di essere “un onere e un rischio sia per l’impresa che per il lavoratore”.  Sul punto dunque industriali e sindacato hanno le stesse riserve.

Per la Confindustria “il fatto che per contratti tra i 12 e i 24 mesi sia richiesto alle imprese di indicare le condizioni del prolungamento, esponendole all’imprevedibilità di un’eventuale contenzioso finisce nei fatti per limitare a 12 mesi la durata ordinaria del contratto a tempo determinato, generando potenziali effetti negativi sull’occupazione”.

Cosa manca al decreto dignità

Diversi osservatori in queste settimane avevano criticato l’assenza nel decreto di un meccanismo per premiare chi assume a tempo indeterminato. Secondo Costantino Ferrara, vice presidente di sezione della Commissione tributaria di Frosinone, se l’obiettivo era quello “di ridurre la precarietà e favorire le assunzioni stabili, si sarebbe quantomeno dovuto intervenire, in parallelo, su una decontribuzione e/o detassazione per i contratti a tempo indeterminato. In modo che, se da un lato si scoraggia il contratto a termine, dall’altro si consente all’azienda di puntare sui contratti a tempo indeterminato con un minore impatto in termini di costo del lavoro”.

E Di Maio corre ai ripari: “Ci sarà un bonus per chi assume”

Il capo politico del M5s sembra aver fatto tesoro della critiche, tanto che giovedì sera, su La7, ha annunciato uno stanziamento di “trecento milioni di euro all’anno” per incentivare gli imprenditori ad assumere a tempo indeterminato. La “battaglia contro il decreto dignità la sta facendo Confindustria che ha dentro le grandi aziende di Stato non i piccoli imprenditori” ha sottolineato Di Maio, indicando che sono le aziende di Stato a fare peggio delle altre in termini di precariato utilizzando “formule pirata” insieme alle multinazionali.

Parlando poi della “campagna di terrorismo psicologico” con cui viene accolto il decreto dignità, il ministro ha di recente sottolineato che le previsioni di 80mila licenziamenti “non stanno né in cielo né in terra”. Il provvedimento “lo stanno combattendo le lobby e le opposizioni che hanno iperprecarizzato i giovani”.

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