Conte sfida il paradiso fiscale olandese con il ‘decreto semplicazione’ per recuperare miliardi di tasse

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Conte sfida il paradiso fiscale olandese

A quasi 17 anni dall’entrata in vigore della direttiva Ue “madre figlia” in base alla quale i pagamenti infragruppo all’interno dell’Unione europea non possono essere tassati, il governo italiano si accorge della gravità del dumping fiscale nel mercato unico.

“C’è un problema di competizione tra ordinamenti” ha detto il premier Giuseppe Conte durante la conferenza stampa con cui annunciava la riapertura del Paese. Un problema che ogni anno drena miliardi di euro alle casse dello Stato, ma che Conte è convinto di poter risolvere con un semplice decreto “al quale stiamo già lavorando“.

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L’obiettivo dichiarato è quello di “rendere più attraente il nostro ordinamento giuridico. Occorre interrogarsi sul perché le aziende vadano all’estero, perché in Olanda c’è un diritto societario più favorevole”. La soluzione – promette il premier – sarà nel “decreto semplificazioni”. Insomma dove non sono riusciti Tommaso Padoa-Schioppa, Giulio Tremonti, Mario Monti e Pier Carlo Padoan in anni di governo, Conte promette di andare a segno nelle prossime settimane.

La riflessione del premier parta da quando dichiarato in un’intervista all’olandese De Telegraaf nella quale sottolineava come i Paesi Bassi fossero “tra i paesi che si avvantaggiano molto del contributo delle imprese italiane. Perché molte grandi imprese che pure hanno i principali stabilimenti in Italia e ricavano i maggiori profitti nel nostro Paese poi beneficiano della legislazione fiscale olandese, molto più conveniente”. Ecco, adesso, Conte vorrebbe applicare quella stessa politica fiscale aggressiva in Italia.

Sulla carta è sicuramente una buona idea che, tuttavia, si scontra con la realtà. I problemi sono almeno due.

  1. Il primo riguarda il diritto societario che attraverso un meccanismo maggioritario moltiplica i diritti di voto degli azionisti con quote superiori al 20% del capitale. In questo modo si garantisce al primo azionista della società il controllo dell’azienda – fatto essenziale per le holding – e lo mette al riparo da scalate ostili e da manovre di disturbo di fondi attivisti. Pensare una riforma del genere in Italia, con l’obiettivo di attrarre capitali esteri non è impossibile, ma è sicuramente molto difficile e richiederebbe tempi lunghi. Eppure è la motivazione principali per cui grandi società hanno scelto di spostare la sede fiscale nei Paesi Bassi: l’ultima italiana in ordine di tempo è stata la Campari, ma lo ha fatto anche Mediaset, Fca, Cementir e molte altre.
  2. Il secondo aspetto è fiscale: dividendi e capital gain versati dalle controllate estere non concorrono all’imponibile, mentre interessi e royalties non sono tassati. Insomma una combinazione di fattori che piace molto soprattutto ai fondi internazionali che investono nelle grandi società. Come a dire che una sede nei Paesi Bassi serve da biglietto da visita per attrarre capitali freschi.

A questo si aggiunga che l’Olanda vanta i migliori risultati a livello europea per rapidità dei processi civili e commerciali, mentre l’Italia è all’ultimo posto. Problema identico sul fronte dei reati finanziari, evasione ed elusione fiscale: l’ultima relazione del Parlamento europeo del 2019, quantifica quella dei Paesi Bassi al 3,2% a fronte dell’11,5% tricolore. Senza poi dimenticare il fardello del debito pubblico, il bizantinismo del diritto e la lentezza della burocrazia. Circoli viziosi che impedisco la riduzione del carico fiscale: un taglio delle tasse manderebbe in crisi la spesa pubblica.

Insomma, pensare di inseguire l’Olanda sul terreno della semplificazione è semplicemente utopico – basti guardare alle lungaggini per la pubblicazione dei decreti in Gazzetta Ufficiale. Il governo, piuttosto, dovrebbe portare il dibattito a livello europeo chiedendo il rispetto delle raccomandazioni della Commissione da parte degli olandesi che fino ad oggi hanno risposto con un’alzata di spalle.

La lotta contro la pianificazione fiscale aggressiva è essenziale per rendere i sistemi fiscali più efficienti ed equi, come riconosciuto nella raccomandazione del 2019 relativa alla zona euro””si legge nelle raccomandazioni Ue all’Olanda dello scorso anno dove si sottolinea anche che ““effetti di ricaduta delle strategie aggressive di pianificazione fiscale tra Stati membri richiedono un’azione coordinata delle politiche nazionali a completamento della legislazione dell’Ue”. Sulla carta, i Paesi Bassi hanno adottato misure per fronteggiare tali strategie, “ma l’elevato livello dei dividendi, delle royalty e degli interessi versati tramite i Paesi Bassi indica che la normativa tributaria del paese è impiegata dalle imprese impegnate nella pianificazione fiscale aggressiva“. E ancora: “La mancanza di ritenute d’imposta sui pagamenti in uscita (ossia effettuati dai residenti dell’UE verso paesi terzi) di royalty e interessi può comportare un’elusione fiscale totale se tali pagamenti non sono soggetti a imposizione nella giurisdizione del beneficiario”

Il rispetto delle raccomandazioni frenerebbe il dumping fiscale. Anche perché se l’Olanda non fosse un Paese comunitario, gran parte dell’elusione fiscale sarebbe impossibile. Il gioco è piuttosto semplice: “Per ogni caffè venduto da Starbucks Italia – spiegano gli esperti di Tax Justice -, viene effettuato un pagamento a Starbucks Paesi Bassi per l’utilizzo del marchio. Un meccanismo che riduce i profitti della filiale italiana aumentando quelli della società olandese. Il pagamento infragruppo, però, non può essere tassato in base a una direttiva del 2003”.

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