Coronavirus, Locatelli: «In Italia epidemia tenuta a freno, ma il pericolo può arrivare da fuori»

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Franco Locatelli

Professor Franco Locatelli, a che punto è l’epidemia a livello globale? «In Europa nel complesso c’è sicuramente una netta e assai incoraggiante flessione dei contagi ma continuano a osservarsi episodi, più o meno rilevanti, che documentano come il virus circoli e possa creare improvvise riaccensioni epidemiche. In Italia è accaduto a Roma e, proprio in questi giorni, in Calabria. Ma è soprattutto quanto sta avvenendo nel più grande mattatoio della Germania, circa 1300 contagi, che fa comprendere quanto sia pericoloso distrarsi. Le autorità tedesche hanno avviato una riflessione su come gestire questo focolaio». Locatelli, onco-ematologo, fa parte del comitato tecnico scientifico di supporto al governo.

E fuori dall’Europa? «Brasile e India sono nel pieno della pandemia, in questi Paesi la diffusione del contagio è altissima, con un elevato numero di morti determinando una situazione marcatamente più seria di quella europea. Ma questo non deve indurre tutti noi a credere di essere fuori pericolo. Viviamo in un mondo globale e queste realtà epidemiche, apparentemente lontane, non possono non attirare la nostra attenzione non soltanto per il doloroso numero delle vittime ma anche nella prospettiva di un nuovo innesco di contagi nel nostro Paese».

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Vuole dire che se l’epidemia sta imperversando in altri emisferi non è un buon motivo per sentirci al sicuro? «Proprio così. L’Italia è attualmente messa bene a parte alcuni focolai locali che comunque andavano messi in conto perché fanno parte della storia di un’epidemia. Quanto succede fuori deve però costituire un chiaro segnale di allarme. L’attenzione non deve essere alta, di più. Deve mantenersi altissima. Ci vuole poco a riaccendere la miccia del virus. Non dimentichiamo come tutto è cominciato. Noi a fine gennaio ci occupavamo della coppia cinese giunta in Italia e ricoverata allo Spallanzani e in Lombardia il Sars-CoV-2 già circolava. Il Paese non è blindato. La gente si muove da un continente all’altro ed è impossibile controllare tutti».

Qual è il messaggio? «Non perdiamo di vista la situazione globale. E i focolai, anche quelli che compaiono di tanto in tanto in Italia, devono ricordarci che non siamo usciti dal tunnel. Che il coronavirus è ancora un problema e lo sarà per diversi mesi. Dunque tutto ciò che assume la forma di assembramento va evitato».

Troppa movida? «L’Italia ha fatto uno sforzo enorme e ha ottenuto risultati straordinari. Non vanifichiamoli con comportamenti poco responsabili, tipo la movida, che potrebbero compromettere il lavoro e i sacrifici compiuti e farci ricadere in un incubo appena vissuto. Dobbiamo onorare la memoria di 34 mila vittime, i nostri morti, non vanno dimenticati. La voglia di tornare alla normalità è impellente lo so. Però siamo prudenti fino a quando arriverà il vaccino».

Lei crede che arriverà una seconda ondata? «È una possibilità ma non sappiamo di quale entità. Se anche arrivasse non credo avrebbe le dimensioni della prima, anzi sarebbe altamente improbabile vivere un’esperienza paragonabile a quella di febbraio-aprile. E questo per diversi motivi: la maggiore capacità di intercettare i positivi, l’organizzazione degli ospedali, le norme di comportamento, la disponibilità di mascherine grazie al lavoro del commissario Arcuri. Più di questo contro un virus respiratorio non si può fare».

Il vaccino è davvero l’unica arma definitiva? «Sì, è l’unica strategia che permetterà di venirne fuori, per sempre. Sono in sviluppo approcci tradizionali che si accostano a piattaforme completamente nuove. Prima i vaccini si ottenevano utilizzando virus uccisi o attenuati, ora possono basarsi sull’impiego di vettori virali e di acidi nucleici. Ci sono diversi candidati vaccini avviati verso un’avanzata fase di sperimentazione.»

E l’Italia? L’Italia è in prima fila anche dal punto di vista della partecipazione ad alcuni dei progetti più promettenti. Quando le dosi saranno disponibili penseremo a chi darle in via prioritaria. Pensiamo agli operatori sanitari, alla Protezione Civile e alle categorie a rischio vale a dire anziani e malati cronici. Non sono convinto che le dosi saranno limitate»

Sarà un vaccino sicuro? «Non c’è nessun motivo per guardarlo con diffidenza in quanto saranno vaccini passati attraverso controlli ineludibili mirati a provare la loro sicurezza. Piuttosto preoccupano i risultati di un sondaggio secondo il quale il 41% degli italiani non sarebbero convinti di aderire a programmi vaccinali. Dovremo impegnarci tutti per far comprendere quanto sia utile proteggersi».

Parlerete come comitato tecnico scientifico della possibilità di adottare criteri clinici, basati sulla scomparsa dei sintomi, e non più il doppio tampone per porre fine all’isolamento dei positivi? «Sì, sarà un argomento di discussione. La mia opinione personale è di andare avanti con il protocollo attuato dall’Italia basato sul doppio tampone negativo. Abbiamo la possibilità di effettuare il doppio test ed è giusto mantenere questa strategia. Oltretutto l’Oms deve in qualche modo gestire raccomandazioni dirette a tutto il mondo, anche a Paesi con limitate possibilità. Il rischio di trasmissione del virus dopo la scomparsa dei sintomi è molto basso ma non si può escludere completamente come afferma anche il documento appena aggiornato».

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