Lecce, sentenza in ritardo: in dieci tornano liberi dopo la condanna per mafia

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Scaduti i termini di custodia cautelare, tornano liberi una parte degli imputati condannati chi per mafia e chi per droga nella prima operazione sulla rinascita della Sacra corona unita leccese sulle ceneri del clan annientato nel 2003 dalle collaborazioni con la giustizia ed i blitz, come in seguito dai i processi. In dieci hanno beneficiato della decisione della sezione Promiscua della Corte d’Appello di Lecce (presidente-relatore Riccardo Mele, a latere Consiglia Invitto e Maurizio Petrelli) di considerare decorsi i termini degli arresti del blitz “Augusta” di ottobre del 2011: il giudice della sentenza di primo grado non ha disposto la sospensione dei termini di custodia cautelare nel chiedere la proroga di 90 giorni, per depositare le motivazioni della sentenza, hanno spiegato nei singoli provvedimenti i giudici della Promiscua.

Questo orientamento ha riguardato gran parte degli imputati che ad ottobre dell’anno scorso erano stati assolti dai giudici della quinta sezione penale della Corte di Cassazione, con rinvio ad un nuovo collegio della Corte d’Apppello di Lecce perché tenesse conto che la recidiva dei reati non fosse più considerata obbligatoria, ma andasse applicata caso per caso. Si tratta di Massimiliano Bracale, 45 anni, di Lecce, condannato a 10 anni di reclusione per associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga (avvocato Giancarlo Dei Lazzaretti); Oliviero Centonze, 45 anni, di Lecce, condannato ad 8 per mafia e traffico di droga (avvocato Ladislao Massari); Raffaele Martena, 29 anni, di Brindisi, condannato a cinque anni per traffico di droga; Davide Longo, 40 anni, di Lizzanello, condannato a sette anni per mafia (avvocato Giovanni Valentini); Roberto Solito, 49 anni, di Cavallino, condannato ad 8 anni per mafia (avvocato Gabriele Valentini); Marco Greco, 35 anni, di Maglie, condannato ad 8 anni per traffico di droga; Maurizio Di Nunzio, 31 anni, di Maglie, condannato ad 8 anni per traffico di droga; Sergio Greco, 57 anni, di Monteroni, condannato ad 8 anni per associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga; e Salvatore Totò Rizzo, 64 anni, di Martano, ritenuto un boss storico, ergastolano (avvocati Paolo Cantelmo e Luigi Rella).

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Fatta eccezione proprio per Rizzo, Solito ed anche per Martena, tutti gli altri imputati sono tornati liberi. Per Rizzo, tuttavia, il venir meno della custodia cautelare di “Augusta” potrebbe comportare il mancato inasprimento della detenzione ed in particolare il “41 bis” meglio conosciuto come carcere duro.

E’ stato Oliviero Centonze il primo degli imputati a godere della decisione dei giudici della Promiscua. Il suo legale, l’avvocato Ladislao Massari, ha presentato il 21 novembre scorso istanza di revoca della misura cautelare dell’operazione “Augusta” per mettere in rilievo che il termine massimo fosse scaduto in ragione del vuoto creatosi con la proroga di 90 giorni ottenuta dal giudice della sentenza di primo grado per depositare le motivazioni. Ed è stata accolta per poi fare da orientamento alle altre richieste, quella istanza.

“Rilevato che, anche considerati i periodi di sospensione dei termini nel corso del giudizio di primo grado e del primo giudizio di appello, sono decorsi i termini….”, ha scritto nelle ordinanze il giudice Mele. “Atteso che nei confronti di…il provvedimento di applicazione della custodia cautelare in carcere emesso nel presente processo è stato eseguito il 4 ottobre del 2011; che non può essere computato nel periodo di sospensione dei termini di custodia cautelare quello legato alla proroga per ulteriori 90 giorni dal deposito della motivazione della sentenza di primo grado (il provvedimento del presidente del Tribunale non risulta notificato alle parti, nè il gup che pronunciò la sentenza di primo grado adottò alcuno specifico provvedimento di sospensione dei termini di custodia per detto periodo di 90 giorni), deve pertanto ordinarsi la scarcerazione di…se non detenuto per altra causa”.

La questione della decorrenza dei termini è ora al vaglio della Procura generale per valutare se ricorrere in Cassazione. Ed è diventato un problema da affrontare sotto altri punti di vista per le forze dell’ordine e per la Direzione distrettuale antimafia, secondo l’ormai assodato principio che le scarcerazioni rischiano di mutare gli equilibri criminali. Il tempo sarà giudice.

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