Mistero Regeni, la tesi egiziana ed i suoi mille dubbi

La morte di Giulio Regeni continua ad essere un doloroso mistero, specialmente per la famiglia. Ora che le acque sono state confuse ulteriormente dall’Egitto, che ha sostenuto di aver identificato cinque persone che sarebbero coinvolte nella sparizione di Regeni (morte durante un conflitto a fuoco con la polizia) e gli inquirenti hanno recuperato i documenti scomparsi dello studente, il mistero anziché schiarirsi si infittisce. E la famiglia chiede giustizia, nella consapevolezza lucida e lancinante che la verità si allontana sempre di più, scomparendo fra le nubi del depistamento e fra mille incognite che non è dato verificare.

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La famiglia di Giulio Regeni si è detta “ferita ed amareggiata” per il tentativo dell’Egitto di depistare le indagini. I termini utilizzati dalla famiglia sono stati netti: “Oltraggiosa messinscena”, così è stato definito il tentativo delle autorità egiziane di dare nuovi elementi sulla morte dello studente italiano. E la famiglia spinge perché l’Italia reagisca e non demorda nella ricerca della verità dei fatti. “Lo si deve non solo a Giulio, ma alla dignità di questo Paese” è il commento finale dei familiari. E come dare loro torto. Il procuratore Giuseppe Pignatone, da parte sua, ha giudicato come “non idonei” gli elementi forniti dal Cairo sulla morte di Regeni, quindi anche il contorno dei “presunti sequestratori” uccisi. Pignatone sollecita il proseguimento delle indagini, e le fonti di Palazzo Chigi appoggiano in pieno l’opera del procuratore di Roma.

Insomma, in parole povere, nessuno si è bevuto la tesi egiziana che vuole che l’omicidio di Regeni sia dovuto alla criminalità comune. Secondo l’Egitto, cinque uomini che sarebbero stati fra i sequestratori di Regeni sono stati uccisi nella Capitale. Inoltre la polizia ha detto di aver ritrovato in una sacca rossa in un appartamento delle persone uccise tutti i documenti scomparsi di Regeni; la tessere dell’università, il passaporto, le carte di credito. Ma perché uccidere un ostaggio dopo un rapimento durato dieci giorni, se l’obbiettivo era il furto? E perché conservare tutti i documenti in casa, sapendo che la vicenda era uno scottante caso internazionale? Perché non c’è stato alcun movimento di denaro sulla carta di credito di Regeni e le sorelle delle vittime, i sequestratori, sostengono che la borsa rossa sia arrivata a casa loro solo qualche giorno fa?
Una tesi che non regge, né per le autorità italiane né per la famiglia della vittima. E che getta un’ombra ancora più oscura sulla vicenda e sulla volontà delle autorità egiziane di far emergere la verità. Si è trattato di un tentativo di depistaggio? Cosa si cela davvero sotto la scomparsa e la morte dello studente italiano?

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