Thyssen, la Cassazione conferma le condanne degli imputati

Sul processo ThyssenKrupp è calata la parola Fine. I familiari delle vittime hanno accolto molto favorevolmente la decisione della Corte di Cassazione di non rivedere le condanne date ai sei imputati per il rogo della ThyssenKrupp che costò la vita a sette operai, che morirono fra grandi sofferenze a causa di errori tecnici e della sicurezza nella centrale.
Il sostituto PG delle Cassazione, ieri sera, aveva infatti richiesto l’annullamento delle condanne dei sei imputati per la strage, e richiesto il ricalcolo delle pene per l’omicidio colposo plurimo, ma anche per rivedere le attenuanti negate a quattro fra gli imputati. La richiesta, quindi, era che la Cassazione annullasse la sentenza per i sei imputati.

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Una volta che il procuratore generale ha terminato la sua richiesta nel corso del processo, in sede della quarta sezione penale, i familiari delle vittime erano letteralmente insorti.
Alcuni dei parenti, come segno di protesta, si sono semplicemente alzati ed hanno lasciato l’aula.
Ma altri, invece, sono stati sopraffatti dal dolore e si sono messi a piangere, sfogando la rabbia: “Non c’è giustizia per i nostri morti”. Altri ancora hanno gridato “Venduti” ai giudici, ed i carabinieri in aula sono dovuti intervenire per riportare la calma.

Ma più tardi, in serata, sono giunte le notizie da parte della Cassazione: i sei imputati hanno visto confermate le loro condanne per omicidio colposo, incendio colposo aggravato, omissioni di cautele antinfortunistiche.
Per gli italiani condannati, quindi, si spalancano le porte della prigione. Per i due imputati tedeschi, invece, la giustizia arriverà ma più lenta. L’Italia emetterà un mandato di cattura europeo, ed i tedeschi verranno incarcerati in Germania. A loro, però, andrà meglio: la pena del codice tedesco per l’omicidio colposo aggravato è al massimo cinque anni, in Italia avrebbero dovuto scontare una condanna di nove anni e dieci mesi, quasi il doppio.

La tragedia della ThyssenKrupp era stata combinata da una serie di errori e soprattutto di leggerezze. Gli imputati sapevano che a breve lo stabilimento sarebbe stato chiuso, e non si erano curati di controllare che il materiale contro gli infortuni e per le emergenze fosse a posto.
Così, in quella notte terribile, quando il rogò scoppiò i sette operai di turno fecero del loro meglio per spegnerlo, ma gli estintori erano vuoti. Uno di loro morì subito, divorato dalle fiamme, altri sei lentamente, nei giorni a seguire. Ne sopravvisse uno solo, Antonio Boccuzzi, per raccontare all’Italia (ed ai giudici) l’orrore di quella notte.

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