Attentati in Italia, il rischio maggiore viene dai «lupi solitari»

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«Un attentato ci sarà anche in Italia, il problema è stabilire non se, ma quando e dove avverrà». A spiegarlo anonimamente a Il Mattino è un membro operativo del comparto intelligence italiano. «Se fino ad oggi non è avvenuto ancora un attentato di matrice islamica nel nostro Paese spiega lo 007 è perché l’Italia ha una grande preparazione tra i propri uomini derivante dalle passate esperienze nel contrasto al terrorismo sin dagli anni di piombo, ma anche perché rispetto ad altri Paesi europei l’immigrazione di seconda o terza generazione non ha ancora raggiunto numeri importanti. Il problema principale sono i cosiddetti lupi solitari che agiscono autonomamente, magari senza contatti significativi con componenti centrali del Daesh e quindi l’attività di prevenzione che svolgiamo quotidianamente è molto più complessa».

I foreign fighters di ritorno sono considerati i più pericolosi perché hanno una preparazione nella pianificazione degli attentati e nell’uso delle armi decisamente superiore a quella dei lupi solitari. Anche questo fenomeno, però, è meno significativo nel nostro Paese rispetto ad altri Stati europei. Gli ultimi dati diffusi indicano che dall’Italia sono partiti appena 110 foreign fighters verso la Siria o l’Iraq, numeri considerevolmente più bassi in rapporto a quanto avviene ad esempio in Francia da dove sarebbero partiti 1500 uomini. Ma se i foreign fighters avrebbero la capacità di compiere attentati più potenti, i lupi solitari che si addestrano al jihad sul web rappresentano un pericolo più insidioso. I terroristi fai-da-te hanno minori possibilità di procurarsi armi o potenti ordigni, ma possono colpire in qualsiasi momento. «In gergo chiamiamo questo fenomeno homegrown spiega il componente dell’intelligence italiana un tipo di terrorismo che, appunto, viene coltivato in casa nostra ed è scollegato dalle grandi organizzazioni mondiali o dalle moschee, ma molto attivo attraverso le comunicazioni su internet. Rispetto ad al-Qaeda, il Daesh ha sviluppato in maniera esponenziale la propria propaganda sul web ed è quindi in grado di raggiungere potenzialmente ogni genere di soggetto».

Negli ultimi tempi i nuclei dell’Antiterrorismo, della polizia postale e dell’intelligence sono riusciti ad individuare diversi casi di ragazzi sempre più giovani che sul web visitano i siti internet afferenti all’Isis. «A volte non si tratta soltanto di ragazzi provenienti da Paesi islamici spiega lo 007 ma anche di giovani italiani. Qualche tempo fa individuammo una donna nata a Milano che, convertitasi all’Islam, gestiva diversi siti e blog che propagandavano il jihad». Su questo fronte un importante aiuto alle indagini lo ha dato la recente legge, approvata lo scorso luglio, che consente l’impiego dei cosiddetti «Trojan horse» per la prevenzione del terrorismo. Un trojan è un virus-spia, in gergo detto «captatore», che viene inoculato nel telefono che si intende controllare attraverso un sms o una mail. Ciò consente agli operatori dell’Antiterrorismo di impadronirsi di tutti i comandi dello smartphone di proprietà della persona da intercettare. Il trojan consente di prendere il controllo di quel software che consente a tutte le app (microfono, telecamera, fotocamera) di interfacciarsi l’una con l’altra. È totalmente invisibile: non esiste alcun modo, per il proprietario dello smartphone captato, di accorgersi della presenza del virus. Ciò ha permesso negli ultimi mesi un evidente salto qualitativo nelle indagini da parte delle forze dell’Antiterrorismo.

I recenti attentati di Nizza e di Berlino effettuati con la semplicissima ed efficace tecnica del «car-jihad», un camion che investe una folla di persone, sono considerati invece il genere di azioni più difficili da contrastare per chi deve fare opera di prevenzione. «È l’esempio di come non possiamo sottovalutare nessun tipo di segnale, non siamo più chiamati a rintracciare soltanto traffici d’armi o individuare gli spostamenti dei terroristi segnalati dalle agenzie internazionali spiega l’agente ma siamo costretti a mettere in campo dispositivi di prevenzione anche per cose più subdole. L’obiettivo del Daesh ormai è moltiplicare al massimo le minacce in modo da costringere le forze dell’ordine a restare in allerta per ogni piccolo segnale, è una tecnica di logoramento, anche psicologico, che nel lungo periodo mette pressione su chi deve contrastare ogni pericolo».

Proprio a causa di queste minacce, l’Antiterrorismo italiano è stato costretto a modificare alcune tecniche di controllo del territorio. Negli obiettivi sensibili considerati più a rischio come aeroporti, stazioni e luoghi di interesse turistico, ad esempio, alle forze dell’ordine è stata affiancata la figura di un agente dei Servizi o dell’Antiterrorismo, una sorta di «decisore», specificamente addestrato per captare i possibili pericoli. Se i militari servono da deterrente per possibili attentati, gli 007 cercano di individuare possibili atteggiamenti sospetti o anomali per segnalare le potenziali minacce agli uomini in divisa.

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